storie seychelles stories

Derubate e lasciate (quasi) nude nella selva

Ho 27 anni e non ho mai subito un furto.
Fino ad oggi.

La porta della stanza si apre. 

Vedo farsi largo, con difficoltà, tre enormi gonfiabili. 

— Cuqui?

— Guarda cos’ho per il nostro day off!

Riesco a distinguere il volto di Cuqui solo quando, con una risata orgogliosa, lascia cadere sul pavimento un materassino e un paio di ciambelle che ha rimediato alla fine di una festa di compleanno in piscina.

Per una divina unione di astri, spiriti, preghiere e rara sincronizzazione di chi fa i turni nei nostri diversi dipartimenti (front office e ristorazione) avremo a breve lo stesso giorno libero.

Cosa faremo? 

Quello che si fa quando vuoi goderti la compagnia della tua amica, ma hai zero voglia di pianificare e hai la fortuna di vivere in paradiso. 

Giornata in spiaggia.  

3 giorni dopo

Ci svegliamo insieme, raggianti, carichiamo le borse con tutto quello che ci serve per non tornare a casa prima di sera, abbracciamo i nostri materassini e sgambettiamo felici verso la fermata dell’autobus.

Non abbiamo ancora deciso a che fermata scendere, ragioniamo per strada, cullate dalle curve sui precipizi, e lasciandoci ispirare dalla vista. Superato Barbarons e avvicinandoci ad Anse Boileau, decretiamo il vincitore: Anse a la Mouche.


Spiaggia meravigliosa e facilissima da raggiungere dalla strada. Pure troppo

A differenza di tante location che richiedono trekking, scalate, appartenenza al quarto livello di Scouting e la capacità polmonare e atletica di un alpinista, qui tra la strada e la spiaggia c’è solo una siepe e una sorta di barriera naturale composta da alberi. 

Poggiamo le nostre borse sulla sabbia, ai piedi di un albero, acciuffiamo il materassino e la ciambella, canalizziamo le energie della Pamela Anderson che è in noi e corriamo in acqua.

In alcune spiagge (le mie preferite), quando c’è la bassa marea, per poter avere il livello dell’acqua che superi quanto meno le ginocchia, devi fare un bel pezzo a piedi: è proprio il caso della stupenda Anse a La Mouche.

Ci addentriamo fino a raggiungere un punto con sufficiente acqua per galleggiare sui nostri azzeccatissimi accessori.

Ci fermiamo, ci sorridiamo, e con un cenno di approvazione ci sdraiamo, pesanti sui materassi, ma leggere come due amiche che stanno per iniziare un’idilliaca giornata di relax in uno degli angoli più remoti e paradisiaci del mondo.

Che vita meravigliosa.

All’unisono esclamiamo un liberatorio “aaaaaah” mentre piombiamo sincronizzate sui gonfiabili.

Oggi non si corre a destra e sinistra. Le gambe resteranno in ammollo nell’Oceano Indiano. Oggi non si parla in inglese. 

Oggi non gestiremo crisi e lamentele e sorrideremo solo se ci va di farlo.

Oggi, pace

Solo il profondo e indecifrabile rumore del mare nelle orecchie immerse sott’acqua, mentre il sole accarezza il resto del corpo.

L’ho già detto che è una vita meravigliosa?

Con la coda dell’occhio mi viene l’istinto di dare una sbirciata alle borse, e colgo l’occasione per fare una confessione. 

Fino ad oggi ho vissuto nella convinzione dell’esistenza di un paio di leggi universali che rendono plausibili ragionamenti come: 

  • “Io non rubo, quindi nessuno ruba le mie cose”;
  • “Io sono una brava persona e mi attiro solo brave persone”.

Ti lascio qualche istante per insultarmi mentre ti vengono in mente tutte le brave persone che conosci che purtroppo potrebbero smentire la solidità delle affermazioni che hai appena letto. 

È proprio da oggi che in me si fa strada il sospetto che le leggi dello specchio, di compensazione e di attrazione siano un po’ più articolate, profonde e biricchine di come le ho sempre interpretate.

Con la stessa coda dell’occhio di prima vedo un ragazzo con una t-shirt bianca, capelli neri, afro, passeggiare sulla spiaggia un po’ ingobbito. Guarda verso di noi.

Sarà uno che passeggia tranquillo e ci guarda perché si sarà chiesto di chi sono quelle due borse e, vedendoci, si è dato una risposta.

Vai, ti lascio un altra pausa per un altro paio di insulti verso la mia persona.

Continuo a osservarlo, e poiché lui non ci stacca gli occhi di dosso, si insinua un dubbio nella mia testolina.

Finalmente ho capito che si tratta di un ladruncolo? No, affatto. 

Forse non ha capito che sono nostre.

Gif Come
Vai pure, me lo merito tutto quello che stai pensando

Inizio a sbracciarmi, come a dire “Hey, siamo qui, quelle sono le nostre cose”.

Lui, di risposta, accelera il passo, e faccio (finalmente) 2+2.

— C U Q U I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I

L E B O R S E E E E E E E E E E E E E E

Cuqui era in pieno rilassamento, probabilmente si era anche semi appisolata, perché la vedo alzarsi di soprassalto come qualcuno a cui iniziano a suonare i mariachi in faccia nel bel mezzo del sonno più profondo.

In una frazione di secondo capisce cosa sta succedendo e inizia a correre con me, che ho pochissimi secondi di vantaggio.

Abbiamo l’acqua fino alle ginocchia, e vari metri che ci separano dalla spiaggia. Troppi.

L’attrito con l’acqua e il fondo sabbioso creano una resistenza tale da fare sembrare la scena un rallenty dei bagnini di Baywatch che corrono a gettarsi in mare con la boa rossa.

Eccoci

Le differenze tra noi e la bagnina? 

  • Noi corriamo verso la riva.
  • L’obiettivo è salvare borse invece che umani (semmai l’umano lo danneggiamo noi, se mai lo acciuffiamo).
  • I nostri galleggianti non sono rossi: uno è fuxia e l’altro con una professionale e sobria stampa d’anguria. 
  • Io e Cuqui siamo more e ricce. 

Per il resto, non vedo differenze.

Prese da questa corsa all’ultimo fiato, vediamo il ragazzo ingobbirsi sulle nostre borse fissandoci attento, con l’espressione del Grinch colto in flagrante a rubare regali di Natale.

Diamo tutto quello che abbiamo nei polmoni e nei quadricipiti.

La scelta di mollare lì le borse, che fino a oggi sembrava ovvia (come fai sennò a farti il bagno?) si palesa in pochi secondi come l’idea più stupida che ci sia venuta in mente.

Vedo nitidamente la mano destra della versione africana del Cugino di Campagna moro trasformarsi in una pinza che afferra con prepotenza i manici delle nostre borse. Con un salto, goffo e furtivo allo stesso tempo, scavalca la siepe. Lì c’è ad aspettarlo il suo amico su uno scooter, pronto a sfrecciar via appena il compare malavitoso si siede.

Io e Cuqui arriviamo sulla spiaggia, con il polmone al posto della lingua, e vediamo tutto ciò che ci è rimasto: le infradito. Ce le ha lasciate perché erano fuori dalle borse, non di certo perché si è preoccupato di non farci camminare a piedi nudi tra selva e cemento.

Sì, ormai il chip della mala fede si è inserito con prepotenza nel mio cervello.

Continuiamo a correre per un po’ sulla strada, ma capiamo bene che per quanto possiamo essere due maratonete (cioè, per niente) non raggiungeremmo mai la velocità di uno scooter.

Rinunciamo all’obiettivo “recuperare le borse” e lo sostituiamo con “limitare i danni del furto”. 

Step 1 – Bloccare le carte

Camminiamo fino a un ristorante, The Lobster Bay, e notiamo lo sguardo preoccupato del cameriere che si vede arrivare due ragazze seminude e trafelate.

Lo aggiorniamo al volo col poco fiato che ci resta e gli chiediamo un telefono per usare gli ultimi respiri a disposizione con la polizia.

Ora, non importa che mestiere tu faccia alle Seychelles: nel DNA di chi vive qui da tempo a sufficienza da considerarsi isolano, non è stato inserito (o è stato rimosso) il gene della fretta

Questa è una caratteristica ottimale per imparare a vivere senza lo stress e la frenesia delle grandi città, demilanesizzarti, scrollarti la terribile sensazione di essere sempre in ritardo per qualcosa, goderti la presenza in ogni passo, fine e a se stesso e non mero mezzo per raggiungere una destinazione. 

Meno ottimale se dalla pimpantezza del tuo movimento dipende la risoluzione di un’emergenza.

Sono certa esistano le eccezioni, ma non avendole testimoniate in prima persona, non confermo e non smentisco la mia tesi.

Posso invece avallare la mia teoria osservando la polizia, il cui ritmo di vita si mostra in netto contrasto col nostro: siamo scalcianti e pronte a iniziare un inseguimento alla Fast&Furious.

Diciamo agitate all’agente che ci risponde per quale strada hanno tagliato i due malandrini. Forniamo tutti i dettagli possibili. Ma dall’altro lato della cornetta c’è qualcuno che ci parla come Flash di Zootropolis. 

A r r i v i a m o o o s u l l u o g o o o a v e r i f i c a r e e e

— Sul luogo cosa? A verificare che? Non è che tornano qua! Se andate al volo per la strada che abbiamo detto, c’è speranza che li prendiate.

Stiamo parlando di un’isola, non di una metropoli. A Mahe c’è una strada circolare che percorre tutta la costa e due strade principali che la tagliano per metà. Semplificando, un ovale con due linee in mezzo.

Con una moto non andranno di certo nella giungla saltando tra le liane!

— Aspettateci lì.

Nel mentre io e Cuqui disattiviamo le carte, ma non riesco a bloccare il telefono. Provo il find my iPhone per scrupolo, ma so già che sarà inutile perché il telefono non ha connessione. Quasi nessuno dello staff ha sim con internet: ci colleghiamo al wifi quando siamo nel resort o negli alloggi, ovvero il 90% del tempo. Per il restante 10% uso una sim locale per chiamare chi devo e mappe offline per muovermi. Più che sufficiente per lo stile di vita sull’isola.

Aspettiamo almeno mezz’ora la polizia. Non arriva. 

La stazione più vicina è quella di Anse Boileau, a 1,6 km, e di certo non c’è pericolo di rimanere imbottigliati nel traffico.

Passano altri 40 minuti, ma non si fa vivo nessuno. Poiché non ha senso dare istruzioni per l’inseguimento dopo così tanto tempo, passiamo deluse e rassegnate al seguente obiettivo.

Step 2 – Trovare un modo per tornare a casa prima che faccia buio

Siamo a 15 km da casa: non tantissimi, ma senza un mezzo, senza soldi, senza vestiti, senza mappe, senza un dispositivo per comunicare con qualcuno, circondate solo da strade, oceano e pura giungla… non sono poi neanche pochi.

Un cliente del ristorante, un seychellese che ha assistito alla scena, si offre di avvicinarci verso nord, a casa di alcuni nostri amici.

Il ragazzo del Lobster Bay ci lascia due magliette del ristorante per coprirci e andiamo via.

Step 3 – Bloccare il telefono

Qualche ora dopo, un amico viene a prenderci nella casa a metà strada in cui ci siamo fatte lasciare dal signore e prima di sera siamo nel nostro quartier generale, la zona staff del resort in cui lavoriamo.

Col PC potrò finalmente bloccare il telefono, ma le chiavi per entrare nella mia umile dimora erano in borsa.

Fortuna che l’alloggio è condiviso, e posso contare sulle chiavi della mia coinquilina. 

Ah no. È qui con me, vittima della mia stessa sorte, derubata pure lei delle sue chiavi…

Rewind. Step 2.5 – Aprire la porta di casa

Chiamiamo il dipartimento della manutenzione, quelli che hanno soluzioni pratiche e sanno aggiustare (o scassinare) tutto.

— C’è solo un ragazzo in turno, quando finisce con le richieste dei clienti, ve lo mando.

Nota a margine: alle Seychelles non ci sono case per ospitare tutto lo staff dei vari hotel, ecco perché chi tira su un resort, costruisce anche gli edifici in cui stipare gli expat, che vivono dentro la struttura, in un’area separata da quella lussuosa riservata ai clienti.

Ovviamente un ospite che paga una cifra che oscilla tra 500 e 10.000€ a notte in base al tipo di sistemazione scelta, ha della priorità sullo staff che ha l’alloggio incluso nel contratto, anche se il membro dello staff in questione freme per bloccare un telefono da cui si ha potenzialmente accesso a vita, morte, conti e miracoli.

Aspettiamo per un periodo di tempo indefinito, mentre spieghiamo ai nostri colleghi che ci incrociano perché nel nostro giorno di riposo abbiamo deciso di restare negli alloggi, sponsorizzando, ciapet all’aria, il Lobster Bay. 

A una certa, arriva il superstite della manutenzione e ci chiede di accompagnarlo laddove la sua maestria è richiesta. 

Entriamo nel nostro edificio, saliamo al primo piano e ci piazziamo davanti alla porta della nostra amata dimora, prensentandogliela.

— E le chiavi?

Io e Cuqui non abbiamo la forza di chiedergli di ripetere la domanda, ma lo fa lo stesso.

— Ragazze, le chiavi?

— Mi scusi, trattasi proprio del motivo per cui lei è qui. 

— E l’altra inquilina?

Indico Cuqui e aggiungiamo all’unisono:

Napa keys. Rubate le borse di entrambe.

— E io come entro senza chiavi? 

In questo momento la parte zen del mio spirito si distacca dal mio corpo per iniziare a fluttuare nell’etere e lasciare il mio corpo libero di imprecare in pace.

Quella parte distaccata di me osserva per qualche istante la vicenda dall’esterno, dall’alto, come un osservatore non coinvolto e tutto inizia a sembrare paradossale e persino divertente. Lo script di una commedia di serie B con pessimi attori.

Scoppio in una sonora risata, finché non mi ricordo che devo bloccare il telefono.

Spirito e materia si riuniscono, e visto che nella materia non voglio più danni di quelli già ormai inevitabili, attiviamo i neuroni.

Rewind. Step 2.5 – Aprire Scassinare la porta di casa

— Il balcone! Se hai una scala, entriamo da lì, non penso proprio che l’abbiamo chiuso a chiave. 

In realtà, anche se l’avessimo chiuso, le finestre sono quelle con tante barre orizzontali di vetro che si alzano e abbassano con una facilità ridicola. Senza necessità di un master in furto con scasso coi registi di Ocean’s 11, potremmo facilmente infilare un braccio tra le fessure e arrivare ad aprire la maniglia della porta del balcone.

Nella lunga ricerca per la foto, ho scoperto che questa finestra figlia dell’ingegneria antifurto si chiama “Jalousie”

Con tutta la calma del mondo, il ragazzo recupera la scala, eseguiamo la manovra di scasso, accendo il pc e blocco il telefono.

Mentre sono in modalità robot sui prossimi step, ci chiamano le guardie di sicurezza del resort.

— Vi cerca la polizia, che avete combinato?

Mentre noi eravamo prese da questo circo, le forze dell’ordine (di cui ci eravamo dimenticate) erano finalmente giunte al ristorante e, non avendoci trovate, hanno chiesto dove fossimo finite. Il cameriere ha riferito dove lavoriamo, e hanno chiamato la struttura facendo i nostri nomi.

Alla buon’ora.

Step bonus – Sporgere denuncia

Io e Cuqui andiamo in commissariato, con l’allegria di chi sa che sta sprecando preziose ore libere per una formalità che ci sarà utile a recuperare i nostri possedimenti quanto mettere un annuncio al parco “Cercasi borsa disperatamente”. 

Facciamo il dovuto e chiediamo una copia del documento all’agente.

— Non abbiamo stampanti, ma potete fare una foto col telefono.

confused

— Non ha appena digitato sulla tastiera di quel computer che ce li hanno rubati?

— Ah già… Va bene, faremo in modo di farvela arrivare al resort.

Mai visto quel documento.

Step 4 – Delegare la vista ai clienti

La vera tragedia della storia inizia nel momento in cui capisco le implicazioni del non avere occhiali da vista.

Per ovvi motivi di salute oculare non inizio a portare lenti a contatto 20 ore al giorno: più volte mi avventuro a lavoro senza l’abilità di vedere da lontano.

Non sono una talpa, tutt’al più non saluterò qualcuno che si risentirà (ma tanto mi succede anche quando ho gli occhiali da sole e cammino con la testa tra le nuvole e le cuffie nelle orecchie).

Il vero limite è il chek-in.

Per fortuna ci sono due tipi di clienti che arrivavano al resort: quelli molto amichevoli e quelli meno.

Arrivati al momento in cui li accompagno con la golf car che usiamo per spostarci nei 200 km² di verde della struttura, ho già fatto amicizia e dato tutte le istruzioni per sopravvivere e passare una splendida vacanza. Ai più simpatici lascio anche il mio contatto diretto in caso abbiano bisogno di assistenza, soprattutto se non parlano inglese. 

A questo tipo di cliente, chiedo spudoratamente aiuto.

Prima di addentrarmi nei vialetti, mi faccio confermare il numero che leggono dalla stradina principale, aggiungendo: — Scusatemi, mi hanno rubato gli occhiali in spiaggia qualche giorno fa e non distinguo bene le scritte da qui.

A questa confessione immancabilmente segue il racconto completo da cui rimangono sufficientemente intrattenuti e divertiti.

Con il secondo tipo di clienti, quelli che per status, carattere, stanchezza o per umore non hanno alcuna voglia di fare due chiacchiere, sto in silenzio. Il che è ottimo, perché invece di disturbarli con il suono della mia voce posso contare le ville a mente aiutandomi usando come riferimento quelle più facilmente riconoscibili per la posizione. “Siamo davanti al parco con le tartarughe giganti, quindi questo è il blocco 234-239, ora passiamo davanti al 240-249, ok il prossimo è l’arrivo” e così via.

Nessun cliente è stato danneggiato. Nessuna tartaruga gigante è stata investita.

Step 5 – Ricomprare ciò che era in borsa

Se leggi queste righe da una comoda città, magari immagini che ricomprare qualcosa che usi quotidianamente (telefono, occhiali, prodotti, vestiti ecc.) sia sì una seccatura, ma nulla che non si possa risolvere con uno o più pomeriggi di shopping o con qualche click online.

Alle Seychelles, no.

Per iniziare, Amazon non consegna qui. Né Amazon né tanti altri siti che appena metti il CAP ti fanno marameo. Se qualcuno proprio dimentica di eliminare l’opzione “consegna in posti remoti”, ti fa partire l’ordine, ma non aspettarti nulla prima di tre settimane, se tutto va bene.

Lo shopping è attività riservata a Victoria, la capitale più piccola del mondo, metropoli che si estende per appena 9km², meno della metà del mio paese di origine e distante abbastanza da richiedere almeno mezza giornata libera per arrivarci e sbrigare commissioni.

Questo vuol dire attendere il giorno libero per andarci, armarsi di ottimismo, girarla nella sua interezza e sperare di trovare ciò che cerchi.

Più sei specifico, meno possibilità avrai di tornare a mani piene.

E chi ha progettato Eden Island lo sa bene.

Vicino Victoria, al largo della costa, si trova un’isola con negozi più forniti, collegata da un mini ponte all’isola di Mahe, in cui mi trovo. Qui, le uniche cose di cui devi armarti sono una carta di debito o credito e qualche fazzoletto per asciugare le lacrime.

Il motivo dei prezzi lievitati di Eden Island è la posizione remota dell’arcipelago?

Certo, ma non solo.

Eden Island è un’isola artificiale di 40 ettari costruita da Dubai. Porto turistico residenziale e commerciale con circa 600 case di lusso tra appartamenti, maisons e ville. Ci sono 16 corsi d’acqua privati, per cui ogni casa è praticamente sull’acqua e ha accesso a un ormeggio tutto suo.

Aerial view of Eden Island Resort and homes in Mahe, Seychelles
CC BY-SA 3.0, A. Delesse (Prométhée)

Si sa. C’è chi ha bisogno di un garage per l’auto e c’è chi ha bisogno di spazio per il suo yacht.

Comprensibilmente, le attività commerciali adeguano i prezzi alle capacità di spesa di chi è solito alloggiare in zona…

Faccio l’occhiolino ai fazzoletti in borsa, e procedo.

Epilogo

Ricordo il primo pensiero formulato subito dopo il furto, appena arrivata trafelata al ristorante.

Ok. Era il terzo. Successivo a “Mortacci loro” e “Che babbe a lasciare le borse lì“.

Fortuna che quei due erano interessati solo alle nostre cose, e non a noi”.

Spesso frasi del tipo “poteva andare peggio”, in realtà, non fanno altro che generare un “ma vai a quel paese”, che venga detto a voce alta o anche solo pensato. Ancor di più se sei nel bel mezzo di una crisi da gestire in cui respiri a pieni polmoni le conseguenze del problema che hai appena sminuito con cotanta filosofia.

Eppure, non posso che prenderla come un gentile invito da forze superiori che suona tipo:

— La prossima volta che ti sembra una buona idea andare in una spiaggia deserta, in due, magari pensaci due volte…

E poi decidi se andarci lo stesso.

Non sono una fan del prendere decisioni in base al timore del peggio che potrebbe accadere, infatti leggerai altre storie in cui sembrerebbe che non abbia fatto tesoro di questo insegnamento, ma ricordarmi che non ci sono solo unicorni abbracciosi a popolare questo mondo, non fa male, e aiuta a prendere qualche precauzione extra (non necessariamente a rinunciare al piano di per sé).

Gli abitanti del pianeta Terra secondo me prima di questo giorno

Per lo stesso ragionamento, se decido di restare barricata in casa, rinunciando a ogni possibile avventura, la cosa peggiore che potrebbe succedere è che mi caschi qualcosa in testa o che rimanga vittima di uno degli 1,64 milioni di incidenti domestici che accadono ogni giorno. Stesso risultato tragico, con la differenza che mi toccherebbe una dipartita dopo una vita vissuta col freno a mano tirato. 

Cornuta e mazziata, direbbero dalle mie parti.

In ogni caso, il cambio di prospettiva legato al “poteva andare peggio” mi ha rasserenata per tutte le ore successive, consapevole che il danno principale fosse solo economico, unito alla sgradevole sensazione del sentire che in un dato momento qualcosa è qui, e qualche secondo dopo, puf, non c’è più.

Nei giorni successivi ho desiderato tanto tornare a quel momento spartiacque, immaginando di fare qualcosa di diverso e impedire che gli avvenimenti prendessero la piega che hanno preso, risparmiandomi il senso di perdita che monopolizzava le giornate.

Proprio come era appena successo con il ragazzo di cui mi ero innamorata e che si era da poco imbarcato verso una direzione diversa e opposta alla mia, destinato alla nostalgia e al dimenticatoio, esattamente come gli oggetti in quella borsa, che avevano ormai cambiato il loro posto nel mondo, destinati a non far più parte della mia vita.

Filomena Marsiglia

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Hi, English-speaking reader!

Before you dive into the chaotic thoughts my fingers type at random moments, I have to warn you.

This website was originally meant to be only in Italian—my native language.

The idea of writing these stories first came to me a few years ago when I moved to the Seychelles and wanted to share my adventures with my family and close friends in Italy.

When I finally started working on this project, I told my friends around the world about it. They were incredibly supportive and couldn’t wait to check it out.

There was just one small problem.

“Well… it will be in Italian.”

There was an easy and quick solution: Google Translate (ChatGPT wasn’t around yet).

As advanced as translation tools have become, I couldn’t stand the thought of my carefully chosen words being copied and pasted on a soulless machine—one that might flatten some nuances or specific references.

So, here it is: the English version of the website. Personally translated.

Now, I do have a degree in Interpreting and Translation Studies, but I usually translate into Italian and write in Italian.

Which brings me to this disclaimer:

If the sight of misspelled words, questionable verb choices, or bizarre expressions clearly influenced by Italian might cause you distress, I strongly advise you to turn back now.

But if you’re willing to take the risk—if your adventurous spirit can withstand a few linguistic oddities—who am I to stop you?

And all that’s left for me to do is welcome you and wish you a pleasant stay!