Scalata del Teide: quando sono quasi morta di ipotermia

Non mi ero fermata davvero a pensare cosa avrebbe significato scalare il Teide, altrimenti avrei affrontato tutto in modo diverso. Ma eccomi lì, ai piedi di uno dei vulcani più imponenti d’Europa, un po’ nervosa, un po’ eccitata e completamente ignara di cosa mi aspettava. Un punto era fuori discussione: ne avevo bisogno. Una sfida. Una lezione di vita. Mi ci sono tuffata a capofitto, senza coglierne il perché.

Tutto iniziò con una lista…

Manca poco al mio scadere del mese a Tenerife e all’inizio dell’esplorazione di un’altra isola, Gran Canaria, ma ho una voce da spuntare dalla lista Cose da fare prima di andar via.

L’esperienza del Teide è davvero completa solo se riesci a essere sulla cima all’alba, per vedere il sole sorgere da 3.718 metri di altezza. Ed è ancora più completa se la scalata la fai a piedi“, mi è stato detto.

Va bene. Voglio l’esperienza completa.

Perché sono forte e coraggiosa?

No.

Perché non ho la minima idea di cosa supponga una simile impresa.

Per non saper né leggere né scrivere, direi che mi occorrono tre elementi per la buona riuscita della missione:

  • un partner in crime;
  • attrezzatura adeguata;
  • un piano.

Andiamo in ordine.

La ricerca del partner in crime

Troverò qualcuno che non solo vuole accollarsi la scalata intera, ma che è disponibile a farla proprio questa settimana?

Inizio a sondare il terreno, ma le persone che incrocio in questi giorni non sembrano molto entusiaste all’idea di farsi una decina di chilometri in salita a piedi. E quelli che lo hanno già fatto, hanno tutti la stessa risposta:

— Una volta mi è bastato.

Sto parlando di un misto di surfisti, skaters, scalatori, calciatori, sommozzatori, gente in più che discreta forma fisica: questo DOVEVA essere un segno sulla portata dell’impresa, che – inutile dire – non ho colto.

Mi viene in mente una ragazza, e le scrivo su WhastApp per farle LA proposta.

Il mio sorriso va da un estremo all’altro della guancia quando entro su Instagram e trovo un suo messaggio con la stessa identica domanda.

Gli astri si sono uniti.

La partner in crime c’è!

L’inventario

  • Scarpe da montagna per mettermi in salvo da scivoloni: comprate. 
  • Vestiti termici: li trovo solo in taglie per bambini. A quanto pare per il mondo della moda, ho tra i 12 e i 14 anni.
  • Sacco a pelo: protezione massima. Quello che ho è testato fino a -50° e in questi giorni ne fanno 10 al Teide, sono in una botte di ferro. Gentilmente offerto da un’amica. Grazie Natalie!
  • Cibo. In dosi maggiori del necessario.
  • Acqua. Come sopra.

Meglio faticare come un mulo per il peso da portare che ritrovarmi assetata e affamata a 3.700 metri dalla civiltà.

Wow. Questi neuroni vantano una saggezza fuori dal comune.
  • Giacche tecniche (4 taglie più grandi): gentilmente offerte. Grazie, Johnny! Se sono qui, viva a raccontare questa storia è anche grazie a te!
  • Guanti. 
  • Tre paia di calze termiche
  • Cappello. 

Ok. Ho tutto.

Il piano

  • Partire nel primo pomeriggio in modo da fare la prima parte di 8km con la luce (e il calore) del sole.
  • Fermarci a 3.260 metri di altezza al rifugio (un capanno senza elettricità, ma ottimo per ripararci dalle temperature ostili). 
  • Scalare gli ultimi 2,76Km alle 4 del mattino per vedere l’alba dalla cima.


Prima parte della scalata, a cui si sommeranno altri 3 km per la vetta del Teide

Dimentico qualcosa?

Non credo.

Sono tranquilla. Tutti quelli che si sono imbarcati nella stessa avventura nelle precedenti settimane mi hanno raccontato che il rifugio, per quanto non attrezzato, è sempre popolato e a volte finiscono lì anche 40 persone, quindi si sta belli caldi. Stretti e scomodi, ma caldi, che è tutto quello che voglio sapere.

PS. In tempi non sospetti, esiste una vera e propria struttura ricettiva, il Refugio Altavista, ma quelli erano tempi ben sospetti, trattandosi di dicembre 2020.

Il rifugio attrezzato era chiuso per la pandemia, così come la funicolare per chi vuole arrivare in cima senza farsi la sfacchinata intera a piedi.

Ma poco importa: io e la mia amica siamo cariche a molla per sgambettare fino alla vetta.

Recuperiamo la macchina noleggiata per arrivare ai piedi del Teide e sopravviviamo al primo pericolo del giorno: una lite per il parcheggio.

Prima tappa: dal parcheggio al rifugio

La prima parte di camminata fila liscia. Non ho neanche bisogno dei guanti, ma non posso fare a meno di chiedermi come faccia la mia amica a non sentire freddo, vestita com’è (leggins e normalissime scarpe da tennis).

Io mi godo il mio imbacuccamento ispirato all’Alaska Fashion Week e faccio spallucce, pronta a convivere per sempre con la consapevolezza di non avere un corpo progettato per climi ostili.

Manca mezzora al rifugio, e i primi inghippi iniziano a farsi sentire.

I calzini sono zuppi, non ho più sensibilità alle dita dei piedi e delle mani e mi sono già giocata il bonus guanti da un pezzo.

Iniziamo a notare del ghiaccio, protagonista che non era comparso in nessuna delle storie dei nostri amici che sono stati qui la settimana prima. Capiamo che c’è stato un cambiamento di temperatura e io inizio a essere meno certa che avventurarmi non sapendo un bel niente di scalata, montagne e avventure nel freddo sia stata una buona idea.

Scendere non è un’opzione: sta facendo buio e fa un freddo cane.

Tiriamo dritte determinatissime e prima che tramonti arriviamo felici di gioia al rifugio (la mia amica con un aplomb infinitamente migliore del mio).

L’arrivo al rifugio

Salto come una cavalletta che deve testare gli ammortizzatori delle scarpe nuove, un po’ per la gioia di vedere quattro pareti, un po’ per far tornare a scorrere il sangue fino ai piedi. La strategia pare non funzionare.

Tolgo scarpe e calzini e infilo tutte le mie 4 estremità nelle pieghe tra le ginocchia, simulando la posizione meditava di un polpo.

Passo così 40 minuti: appena l’alluce dà un segnale di vita, mi sento finalmente (ri)pervadere dal sangue che circola e dalle speranze di arrivare con un battito cardiaco a domani.

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 Il sangue che torna a scorrere nelle mie vene

Nel frattempo la mia amica, fumatrice, si rende conto che non ha l’accendino. E da brava non fumatrice non ce l’ho neanche io, meraviglioso attrezzo che avevo palesemente ignorato, insieme all’opzione di portare una candela, o una qualsiasi fonte di calore.

Dopotutto, uno spazietto di 5 metri quadri con tanta gente dentro si riscalderà presto.

Non deve essere stato facile per una fumatrice rendersi conto di essere intrappolata a 3.200 metri di altezza senza accendino e che l’unica persona con lei non fuma.

Stranamente, non vediamo arrivare nessuno. Ci prepariamo per riposare, motivate dal riprendere alle 4 del mattino la scalata degli ultimi 3 chilometri che ci separano dalla vetta del Teide.

Potenziali scene rubate a film splatter di serie B

Ora, non ricordo bene quale fosse l’attrezzatura della mia amica avventuriera, ma sono certa che non ci fosse un sacco a pelo potente. D’altronde tutti ci avevano detto che quel rifugio era sempre pieno zeppo di gente, che neanche ti potevi sdraiare, che stavi giusto seduto al riparo dal freddo prima di ripartire, quindi perché caricarsi con più roba del necessario?

Io mi ero attrezzata, ma solo perché per me 15 gradi vuol già dire inverno e il freddo non è il mio habitat. Potrei vantarmi di essere saggia e preparata, ma ciò che mi ha davvero guidata nel preparare la lista dell’attrezzatura ha un nome ben preciso.

Apriamo il mio sacco a pelo e lo usiamo come coperta, fa qualcosa, ma di certo non arriva a proteggerci dai -50°C per cui era stato progettato se usato da chiuso.

Ci sono -4 gradi.

La mia mente brillante non ha di meglio da fare che presentarmi un carosello di scene apocalittiche di film su avventure finite male, o quasi (127 ore, The 33, Tredici vite).

Non soddisfatta, accompagna le immagini con voce da doppiatore di documentari, fornendomi anche informazioni che non sapevo di aver registrato da qualche parte del mio subconscio: 

“La morte per ipotermia può avvenire mentre si dorme, molti alpinisti decidono di fare un pisolino vicino alla vetta e non si svegliano più.”

È vero? Il mio cervello mi sta prendendo in giro? L’ho letto sul serio da qualche parte? Se sì, era una fonte attendibile?

Non posso controllare su Google. Serve specificare che non c’è linea?

Terrorizzata dall’idea che la mia memoria non sia in errore e che possiamo morire di ipotermia nel sonno, imposto una sveglia ogni mezz’ora, giusto per stare “serena”.

Stanche e felici, ci sdraiamo e chiudiamo gli occhi.

Fuori dal rifugio. Ghiaccio, stelle e nuvole.

— Buonanotte.

— Buonanotte.

Scricchiolio.

Chi va là?

— C’è qualcuno!

— Ma va, chi vuoi che ci sia?

— Sento rumori.

— È il ghiaccio che si scioglie.

Forse ha ragione. 

Torno a “dormire”, ma con i neuroni e i timpani in stato di allerta.

Continuo a sentire scricchiolii e inizio a familiarizzare col suono del ghiaccio che si spacca, finché quel ritmo viene interrotto da un rumore leggermente diverso, differenza sonora che non mi sfugge.

Apro gli occhi. 

— C’è qualcuno fuori!

— Ma nooo.

— Te lo giuro, questa volta non è ghiaccio.

La porta del rifugio si spalanca. Qualcuno borbotta qualcosa. Nessuno entra. La porta si richiude.

Ringrazio mentalmente che non fosse il tipo di “Non aprite quella porta”.

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Film che ha contribuito a traumatizzare la mia adolescenza e alimentare la mia diffidenza verso gli sconosciuti, soprattutto perché ispirato a una storia vera

Mando affetto al mio impeccabile udito e mi prometto di non darmi più della paranoica quando si tratta di rumori notturni.

(Promessa non mantenuta, compresa la notte in cui sento i passi dei ladri che mi portano via lo zaino durante una romantica accampata sotto le stelle, mentre io neanche apro gli occhi a controllare e mi do della paranoica auditiva.)

Dovremmo tornare a “dormire”, ma ormai so che ci sono altre persone nei paraggi, consapevolezza che rende l’impresa impossibile.

Ma sì… Saranno persone che stanno salendo, come noi.

Chiudo gli occhi, grata di sentire il cuore battere e mi godo tutti i suoni della natura.

Pochi minuti dopo

Scricchiolii del ghiaccio.

Stressed Wake Up GIF by Arrow Video

Scricchiolii di passi. Di nuovo.

Ne sono certa. Aspetto un po’ prima di allarmare la mia amica, che invece mi sembra rilassata, probabilmente addormentata.

I passi si avvicinano. Non c’è più ombra di dubbio. È il ritmo di quattro piedi che si muovono. 

Sono in due.

— C’è qualcuno!

La mia amica non ha tempo di ribattere che la porta si spalanca con violenza.

Entrano due ragazzi con due zaini ENORMI.

Ci tiriamo su con un salto ninja.

— Salve, dove possiamo caricarla?

Chiedono puntando una magnifica motosega da viaggio.

Questa è la scena che immagino prima che possano realmente aprire bocca, e visto che nella realtà dicono tutt’altro, ci presentiamo.

Erano due scalatori in giro tra le vette da 6 giorni.

Sembrano a posto. Ispirano fiducia, portano luce (mi riferisco alle loro candele, ma sicuro avevano anche tanta luce interiore che in quel momento era passata in secondo piano), calore e cibo.

Iniziano a raccontarci le loro avventure e ormai siamo in quattro a respirare in quello stanzino: non fa più freddo.

(Solo respirare, sereni tutti.)

In questo momento capisco che la mia vita non finisce oggi, non per ipotermia per lo meno. 

Grazie ragazzi alpinisti scalatori avventurieri pro!

E grazie anche ai nostri angeli custodi per l’ottimo lavoro svolto.

Facciamo uno spuntino e poi a nanna. O meglio, più o meno. Comunque siamo in una stanza con due sconosciuti, un neurone lo mantengo attivo per scaramanzia.

Sono certa che il peggio sia passato, il grosso l’abbiamo fatto. Cosa può esserci di più difficile dopo aver percorso al freddo 8km in salita fino a 3.200 metri di altezza, essere in privazione di sonno, con una discreta stanchezza e senza sensibilità alle estremità?

Suvvia, resta solo da fare due passi fino alla vetta. 

Due passi= 2.76Km

4 AM – Pronte per l’ultimo tratto

Io e la mia amica ci alziamo per proseguire e i ragazzi restano nel rifugio a riposare, il loro piano è scendere a valle in mattinata.

Il ghiaccio che di sera si scioglieva e faceva “rumore” è ora ovunque. Ben solido.

Luce divina del frontale che illumina d’immenso il ghiaccio davanti al rifugio.

Inutile dire che salendo, aumenta, e che il calore della torcia non è sufficiente a scioglierlo.

Camminiamo in salita su una pista di ghiaccio irregolare.

La vetta è vicinissima, o almeno, lo sembra.

Sembra.

Perché mi ricorda più l’illusione ottica della Basilica di San Pietro vista da via Piccolomini, che più ti avvicini, più si allontana.

Basilica di San Pietro vista da via Piccolomini

Dai, gli ultimi 50 metri.

Scherzo, ancora altri 50.

Ah no, altri 50.

So già che quest’immagine della cima vista così da vicino non la dimenticherò mai. Sembra sempre a due passi, e invece c’è sempre una salita in più da fare.

Smetto di pensare, di contare, di osservare la vetta. 

Mi concentro solo sul passo che sto muovendo.

Uno alla volta.

Respiro. Mi perdo nello spettacolo delle rocce nere che si confondono col cielo notturno.

Un altro passo.

Respiro. Mi nutro di quell’indescrivibile spettacolo di nubi.

Un altro passo.

Respiro. L’aria entra nei miei polmoni come i primi raggi dell’alba in questo magnifico cielo.

Un altro passo.

Continuo così, e l’emozione diventa così densa e pervadente che respirare è ora quasi più difficile che camminare.

Questo, o forse è lo zolfo del vulcano che comincia a farsi sentire.

È stato in ogni caso incredibile vedere in questo cambio di atteggiamento un intero approccio alla vita, che passa dal camminare pensando unicamente a un traguardo e a quanto sarà bello raggiungerlo, al godere a pieni polmoni di ogni passo e della vista già meravigliosa da cui sono circondata, mentre avanzo nella giusta direzione.

E pensa un po’, alla cima ci sono arrivata lo stesso, ma con una consapevolezza neanche lontanamente paragonabile a quella che stava infestando il mio cervello di distrazioni mascherate da domande come “Quanto manca?”, “Ma che freddo fa?” “Siamo vicine?”.

El pico del Teide

L’ultimo passo sembra quasi irreale. Finalmente metto piede sulla cima, ed è come se il mondo intero trattenesse il fiato con me. Il vento si fa sentire più forte, sferza il viso, ma non importa. Sotto di noi, un oceano di nuvole si estende fin dove la nostra vista arriva, onde bianche che si muovono lentamente sotto il sole emerso da poco. Il cielo esplode in sfumature d’oro, arancio e rosa, come se il mondo si stesse accendendo per la prima volta.

Mi giro verso la mia amica. Nessuna di noi ha bisogno di dire nulla. Ci pensano gli occhi a compensare l’assenza di parole: ce l’abbiamo fatta. Un abbraccio lungo e forte che non dimenticherò. Due puntini minuscoli sulla vetta di un gigante. Eppure, in quel momento, ci sentiamo enormi.

Sembra di essere sull’Olimpo e che Zeus possa fare capolino da un momento all’altro, trovando una versione rivisitata delle dee greche, con vestiti extra large e il nasino rosso di Rudolf de La carica dei 101, ma con l’animo di chi è riuscito in quella che sentiamo come una grande conquista.

Vorremmo restare qui più a lungo per goderci il momento tanto atteso e farlo durare il più possibile, ma dalla cima evapora zolfo, motivo per cui non è consigliabile starci per più di una decina di minuti.

Respiriamo a pieni polmoni lo zolfo e la soddisfazione e, piene di allegria, zompettiamo giù per la montagna.

Fila tutto liscio. Nel rifugio ritroviamo i due ragazzi e continuiamo la discesa insieme.

Siamo vive. Siamo felici.

 






Lo so. Il posto meritava coreografie più degne.

Completiamo il rientro a casa con un piccola botta allo specchietto retrovisore, che alla fine è stato l’unico vero danneggiato dall’esperienza.

Noi siamo alle stelle.

Lasciata Tenerife, non ho più visto la mia super partner in crime, che tra l’altro neanche viveva lì.

Questo mi capita molto spesso: vivo avventure indimenticabili con persone che non dimenticherò mai, ma per un motivo o per un altro non sembriamo essere destinate a far parte della nostra quotidianità.

Probabilmente alcune persone finiscono sul nostro sentiero proprio (o solo) per rendere possibile quell’esperienza e cristallizzare quei ricordi speciali.

Grazie amica, a oggi questa resta l’esperienza più estrema che penso di aver vissuto!

Nota per l’autore: aggiornare o modificare frase precedente se qualcosa di più epico fa capolino.

Da rifare assolutamente!

D’estate. Con la funivia.

Filomena Marsiglia

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Mi è stato detto che l’esperienza della scalata del Teide è davvero completa solo se riesci a essere sulla cima presto, per vedere il sole sorgere da 3.718 metri di altezza. Ed è ancora più completa se la scalata la fai a piedi. Sembra un’ottima idea!

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Hi, English-speaking reader!

Before you dive into the chaotic thoughts my fingers type at random moments, I have to warn you.

This website was originally meant to be only in Italian—my native language.

The idea of writing these stories first came to me a few years ago when I moved to the Seychelles and wanted to share my adventures with my family and close friends in Italy.

When I finally started working on this project, I told my friends around the world about it. They were incredibly supportive and couldn’t wait to check it out.

There was just one small problem.

“Well… it will be in Italian.”

There was an easy and quick solution: Google Translate (ChatGPT wasn’t around yet).

As advanced as translation tools have become, I couldn’t stand the thought of my carefully chosen words being copied and pasted on a soulless machine—one that might flatten some nuances or specific references.

So, here it is: the English version of the website. Personally translated.

Now, I do have a degree in Interpreting and Translation Studies, but I usually translate into Italian and write in Italian.

Which brings me to this disclaimer:

If the sight of misspelled words, questionable verb choices, or bizarre expressions clearly influenced by Italian might cause you distress, I strongly advise you to turn back now.

But if you’re willing to take the risk—if your adventurous spirit can withstand a few linguistic oddities—who am I to stop you?

And all that’s left for me to do is welcome you and wish you a pleasant stay!