Dopo le due di notte non succede mai niente di buono.
Nonna di Ted Mosby – Alla fine arriva mamma
— Oh, alloggiamo nello stesso ostello! — sento dire ai miei vicini di volo.
La struttura che hanno scelto era l’opzione più popolare sul sito in cui ho prenotato, ma pensando alla caciara prevista per i giorni successivi con l’arrivo di tutti, non ho resistito alla tentazione di prenotare una notte in camera singola in un riad.
Se fossi andata anche io lì, non avrei questa storia da raccontare.
È il primo volo dell’anno.
Mezzanotte e mezza.
Atterro in Marocco: nuovo timbro per il mio passaporto e luogo di incontro prescelto per festeggiare il mio compleanno con amici e rispettivi pargoli che arriveranno da città diverse, con voli diversi, in giorni diversi.
Io e i miei vicini di sedile facciamo insieme la lunga fila passaporti.
Tre secondi dopo, è l’una e mezza di notte.
Nonostante la mia decennale esperienza da agente di viaggio mancata, di voli che atterrassero a orari più confortevoli neanche l’ombra. La città sembra però esserci abituata, informazione dedotta unicamente dalla disponibilità dei check-in fino alle 2 di notte, dettaglio che mi aveva rincuorata in fase di prenotazione: — Dovrò solo occuparmi di farmi portare da un taxi davanti alla porta del riad e penserò a sim e cambio moneta il giorno dopo. Nulla di complesso.
In ogni caso, prudenza e buonsenso (misurato secondo i miei personali e discutibili standard) non guastano, e mi sono premurata di:
- prenotare una stanza in un hotel molto vicino all’aeroporto (5,6 km), 7 minuti in macchina;
- scaricare una mappa offline di Marrakech.
Così dovrei essere in una botte di ferro.
Spoiler: no, non lo ero.
Un taxi e una strada proibita
Mi trovo in un paese che non conosco e in cui la prima lingua parlata è l’arabo, che non figura tra quelle che padroneggio (per usare un eufemismo e non confessare che anche se mi dicessero “grazie” penserei di essere sotto attacco verbale).
I ragazzi diretti all’ostello salgono sul loro transfer e io prenoto il taxi nell’unico chiosco autorizzato, che mi lascia uno scontrino da esibire all’ingresso del parcheggio.
Pago il dovuto: 20€.
Eccessivo per 6 km, ma spiccioli come prezzo della mia incolumità.
Arrivo al parcheggio, mostro il ticket a un ragazzo che a sua volta interrompe un tassista assorto nei suoi pensieri.
Saluto il responsabile del mio arrivo in sicurezza a destinazione e gli do l’indirizzo.
— Ti posso lasciare lì vicino.
— Lì vicino?
— Le strade sono troppo strette nella Medina e con la macchina non ci entro, dovrai fare un pezzo a piedi.
— A piedi?
Da sola?
Alle 2 meno 20 di notte?
Senza un telefono?
Senza internet?
Lui mi guarda, non capendo dove volessi arrivare.
Aggiungo, per aiutarlo: — È sicuro camminare da sola a quest’ora?
— Aadjjhmnjhmnjlkdfj*altre parole in arabo che non capisco*jjhmnjhmnjlkd, sure, certo.
Si era offeso.
Aver messo in dubbio che il livello di agio e sicurezza con cui una giovine donzella possa aggirarsi da sola nel cuore della sua città a tarda notte era purtroppo arrivato come un insulto a tutta la popolazione locale, lui incluso.
Ripete ancora due volte la mia domanda scuotendo la testa, come si fa con quelle affermazioni talmente assurde che devi ripeterle più volte per trovargli un senso.
Lo spirito di Sherlock Holmes si impossessa di me quanto basta per dedurre di aver commesso un oltraggio e, in difesa della mia calunniosa insinuazione aggiungo: — Sa, ci sono molte città sicure di giorno e non sicure alle 2 di notte, soprattutto per una donna, da sola, e non ho idea di come sia Marrakech.
O meglio. L’idea ce l’ho, ma è totalmente a supporto dei miei timori.
Ripenso ad amiche e amici che sono già stati qui e che ho approfonditamente intervistato, che mi hanno caldamente consigliato di evitare di stare in giro quando fa buio, soprattutto da sola. E le 2 di notte sono una fascia oraria che va ben oltre l’ora di cena.
Il tassista sembra convinto di ciò che dice.
Ribadisce che la Medina è sicura, ma visto che insisto a farmi lasciare all’entrata, chiama il riad.
Assisto ai suoni della telefonata. Non ho la minima idea di cosa si stiano dicendo, ma posso capire dagli acuti che mi sta facendo il verso, perché l’intonazione di quando prendi in giro qualcuno sembra essere la stessa in tutte le lingue.
Conferma che non può lasciarmi davanti alla struttura, mi molla all’inizio di una vasta area pedonale, e mi rincuora molto vedere che è pieno di gente.
Due secondi di sollievo, finché vedo che gente.
Il cammino di San Tajin
Metto addosso la mia espressione neutro-seria, quella che non lascerebbe pensare a nessuno che sono un’amabile persona in vena di fare due chiacchiere. Unita al passo svelto e deciso di chi sa dove sta andando (totalmente recitato), mi sembra la combo migliore per aumentare le mie possibilità di arrivare indisturbata a destinazione.
Nella mia fantasia, esiste l’alternativa di farmi inserire un impianto sotto la nuca in stile Matrix, con un programma di combattimento letale che mi permetterebbe di stendere a calci e pugni acrobatici qualsiasi malintenzionato.
Ma ahimé, vivo nella realtà, e mi tocca accontentarmi della prima opzione.
Cammino, e mi sento osservata come se avessi un fascio di luce bianca che mi illumina dal cielo.
Deve essere così, perché non c’è un uomo (di donne neanche l’ombra) che non si volti a guardarmi e, se vicino abbastanza da poter essere udito, a dirmi qualcosa.
Il mio zaino grande la metà di me, unito alla mia faccia bianca, urlano che sono una turista appena arrivata.
Più mi inoltro nella stradina, meno gente c’è.
Le persone che più mi inquietano sono quelle che attraversano l’area pedonale tagliandomi la strada, perché fino all’ultimo secondo non riesco a capire se stanno per venirmi addosso o se stanno semplicemente attraversando.
Quasi tutti fanno così: proseguono verso il marciapiede opposto, limitandosi a dirmi quando sono a pochi centimetri dal mio orecchio quello che nella loro mente sarà qualche gentile complimento, ma che a me provoca un leggero aumento del battito cardiaco e l’istinto di pregare che il riad sia dietro l’angolo.
L’incontro con il ladro d’acqua
Mentre insulto me stessa per non aver saputo che quella fosse un’area pedonale, vedo con la coda dell’occhio un ragazzo alla mia destra dirigersi verso di me. Per una frazione di secondo mi tranquillizzo dicendomi che, come tutti gli altri, sta solo attraversando il vialone. Eppure, secondo i miei calcoli millimetrici basati su una laurea in ingegneria astrofisica mai presa in considerazione, sta proprio per venirmi addosso.
Accelero di colpo per cambiare le variabili dei calcoli in mio favore e lasciarmelo alle spalle, e ci sarei riuscita se non fosse stato per i cm³ dello zaino.
Non mi piomba addosso per un pelo, ma prende in pieno lo zaino, sbattendoci di petto e sfilando dalla tasca destra laterale la bottiglia d’acqua. Schivo il resto dell’impatto facendo una piroetta, che aumenta la velocità di rotazione grazie all forza dello strattone. Dopo questa mossa felina, il ragazzo non è più alla mia destra o dietro di me: siamo uno di fronte all’altro.
Per un microsecondo mi sento in una scena dei film con i balli di corte in cui prima di iniziare le danze, la coppia si guarda e fa dei passetti disegnando un cerchio immaginario. Questo, oppure l’inizio di un duello.
Vedo il sorriso di sfida con cui lui abbraccia la (non più) mia bottiglia d’acqua e raggiunge il suo branco di amichetti, senza togliermi gli occhi di dosso.
Consapevole che il programma di Matrix che tanto mi garbava non ce l’ho proprio installato, non mi sembra saggio far storie (in che lingua poi?) o botte (ahah) appena arrivata.
La scelta più sensata che mi viene in mente è girare i tacchi e continuare a camminare lontano e veloce da quest’imbecille, che magari è pure innocuo e vuole fare solo lo splendido del gruppetto, ma non voglio restare nei paraggi per scoprire se ho ragione.
Il litro e mezzo d’acqua me l’ero procurato in una gioielleria un bar dell’aeroporto sapendo che non ne avrei trovata di potabile nei rubinetti e non sapendo se ci fossero distributori o bar nel riad all’arrivo, ma la mia disidratazione è l’ultimo dei problemi da risolvere adesso.
Quanto diamine manca all’hotel?
La strada è sempre più vuota.
Il mio cuore batte sempre più veloce.
Più mi avvicino alla piazza gigantesca (che poi ho scoperto essere Yamaa el Fna, una delle principali), meno gente c’è, e meno luci sono accese.
Muoio dalla voglia di fermarmi, fare un respiro profondo, calmarmi e dirmi che va tutto bene, ma non posso farlo. Non so se il tipo di prima mi sta ancora guardando e non ho intenzione di girarmi e rischiare di assecondarlo per sbaglio. In più, se mi fermo a guardarmi attorno rendo ancora più palese che non so dove devo andare, e non voglio che nessuno si avvicini con la scusa di offrirmi aiuto.
Ci manca solo che qualcuno si proponga di mostrarmi la strada per poi portarmi dove ha voglia lui.
Continuo a galoppare tenendo sott’occhio il pallino azzurro sulla mappa offline, che indica la mia posizione.
Ci sono quasi. Eccomi. Devo solo girare a destra e riconoscere il riad.
Dove ca**o è l’insegna?
Non leggo il nome che sto cercando da nessuna parte.
Il lato destro della piazza (la direzione verso cui devo andare) è completamente buio.
B U I O P E S T O.
Ci sono solo due ragazzi seduti su un gradino proprio tra me e la mia presunta destinazione finale. Io, loro e le tenebre.
Non ho molte alternative. Mi dico che è l’ultimo sforzo e che sicuramente questi neanche mi fileranno.
Mi addentro nell’oscurità della piazza assicurandomi di far entrare sufficiente ossigeno nei polmoni.
Non vedo nulla, mi sento un pesce che nuota nel latte.
Tengo d’occhio il GPS.
50 metri.
40 metri.
20 metri.
10 metri.
Arrivata a destinazione
Aspetta.
Dove ca**o è l’hotel?
La piazza e il primo momento di panico
Il pallino azzurro combacia perfettamente con il segnaposto rosso del riad. Che però non è lì.
Il riad non ha insegne?
Busso senza vergogna a una porta a caso.
Nulla.
Ho l’indirizzo sbagliato?
Il gps è ubriaco?
Dove dovrei andare ora?
Cosa faccio?
Pensa, Filo. Pensa.
Se finora non mi sono lasciata prendere da panico, sconforto, pessimismo e altri allegri compagni di viaggio è stato soprattutto per la certezza di arrivare presto in hotel e per la mia incommensurata fiducia nella qualità del lavoro svolto dal mio angelo custode.
Ora però non trovo appigli.
Non ho altro a disposizione.
Il mio angelo custode non ha un telefono da allungarmi per chiamare il riad. Non posso fare una ricerca su internet per vedere qual è la struttura più vicina.
Ho voglia di sedermi sul ciglio della strada, portarmi le mani al volto e aspettare che faccia giorno. Dopo tutto, mancano solo 4 ore all’alba.
Se assecondo questo bisogno di fermarmi, quante probabilità ho di vederla davvero l’alba? O magari ci arrivo d’un pezzo, ma senza documenti, telefono e portafogli?
Mentre la mia mente è impegnata a saettare i peggiori scenari tragici, vedo un gruppo di circa 10 turisti biondi e corro verso di loro. Assalita dal bisogno di respirare e far scorrere qualche lacrima senza stare sull’attenti, corro fino a raggiungere gli ultimi due della mandria (le gazzelle aprifila non si sono neanche accorte della mia intrusione). Chiedo se posso fare un pezzo di strada con loro scusandomi per l’invadenza e dando loro il contesto.
A malapena mi rivolgono la parola, ma rincaro, e visto che erano in 10, chiedo se possono aiutarmi a trovare il mio hotel, che deve essere proprio lì in quella stessa piazza.
Trafelati dalla fatica di star dietro ai più veloci del loro gruppo, accelerano ulteriormente il passo. Mi dicono che stanno correndo perché possono fare il check in entro le 2, che però sono già passate.
Faccio un breve pezzo di maratona con loro per respirare senza dovermi preoccupare di stare attenta a chi ho alla mia destra, alla mia sinistra, avanti e dietro. Lascio riposare la mia mente per 30 secondi mentre il cuore accelera il battito, questa volta per la corsetta notturna con carico in spalla. Appena sento i neuroni riossigenati a sufficienza, pianto i piedi e osservo i membri di quel gruppo venire rapidamente inghiottiti uno a uno dalle tenebre.
Sono di nuovo da sola
Ho deciso che devo chiedere informazioni. La chiave è scegliere bene a chi.
Osservo lo scenario e formulo in fretta il mio criterio di selezione per evitare che qualcuno abbia il tempo di avvicinarsi e prendere l’iniziativa di aiutarmi.
L’incontro col venditore di pannocchie
In piazza vedo un signore sulla cinquantina che vende pannocchie. Con lui, un ragazzino preso a raccontare qualcosa.
Se il tipo sta lì a chiacchierare (e non a comprare delle pannocchie) vuol dire che si conoscono, che è un habitué della piazza. Saranno amici, quindi sarà un signore degno di un amico, di quelli con cui ti fermi volentieri a fare due chiacchiere anche se non te ne frega una beata fava delle pannocchie.
Sì. Lo riconosco. Non è un ragionamento inattaccabile. Tuttavia, con la materia prima a disposizione nella piazza, è difficile fare di meglio.
Andata. È il mio uomo.
Respiro, mi avvicino con un sorriso (o qualcosa che ambiva ad esserlo), e chiedo se sanno indicarmi il mio riad.
Il venditore di pannocchie scuote la testa. Non ha idea di dove sia (non lo prendo come un buon segno visto che suppongo sia lì tutti i giorni).
Grazie a Dio e a tutti i santi nel cielo e nel calendario, l’amico/cliente si sbatte a studiare la mappa dal mio telefono, e dopo qualche secondo di zoom e colli piegati a trovare la giusta prospettiva, mi fa segno di seguirlo.
Ormai sono quasi rilassata. Penso che succeda questo quando ti rassegni ad accettare qualsiasi opzione ti arrivi. Che sia la buona o la cattiva sorte.
Attraversa (come avevo già fatto io) l’angolo buio a destra della piazza e si ferma davanti a un minuscolo vicolo privo di illuminazione. Non l’avevo neanche visto tanto era mimetizzato col cielo notturno. Iniziava proprio dove si trovavano quei due ragazzini seduti sui gradini a cui ero passata di fronte per arrivare al segnaposto che non combaciava con nessun hotel. Alza la mano e punta il dito in direzione dell’oscurità.
Guardo lui.
Guardo il vicolo.
Riguardo lui, che mi continua a indicare quel corridoio nero.
— Qui?, chiedo incredula.
Annuisce.
Respiro solo quando capisco che lui sta andando via (e che quindi non ha intenzione di accompagnarmi e trascinarmi a tradimento lì dentro).
Due uomini svoltano proprio lì, in quel momento. Passeggiano piano e si girano a più riprese a squadrarmi dalla testa ai piedi. Temporeggio con il ragazzo. Rabbrividita all’idea di mettermi nella stradina con quei due a pochi passi di distanza e certa che quello era un bravo ragazzo, ormai un volto amico che mi aveva dato davvero aiuto (sì, conosciuto da 3 minuti, ma comunque al di sopra della media di tutti gli altri), con gli occhi terrorizzati gli faccio cenno di venire con me.
Lui mi fa segno di andare, come a dire “Vai tranqui, è proprio a due metri“.
Sperando di non dover fare più di 5 passi, faccio un respiro profondo, di quelli che ti gonfiano la pancia fino a farti sembrare incinta di 3 mesi, e mi addentro.
Riconosco solo due suoni.
Il battito del mio cuore che prova con discreto successo a sfondarmi il petto dall’interno e parole arabe pronunciate dai due uomini davanti a me.
I due tipi, per rendere il tutto più ameno, continuano a camminare, a parlarsi e a voltarsi in loop.
Prendo il telefono e dico in francese a voce alta:
— J’arrive, ui ui.
Il motivo dietro tale brillante arguzia?
Far capire ai due che, se sono malintenzionati, c’è qualcuno che attende il mio arrivo e che si aspetta di vedermi arrivare entro pochi secondi. Ergo, sa che sono già nel vicolo, ergo, potrebbe sbucare da un momento all’altro perché magari mi sta venendo incontro, ergo, se non arrivo, sa dove cercare.
Ha senso questo ragionamento?
Non lo sapremo mai, perché vedo un hotel sulla sinistra. Non è il mio, ma mi ci fiondo dentro lo stesso.
L’incontro con l’eroe in pantofole
Mi sento finalmente al sicuro e per la prima volta da quando sono scesa dal taxi respiro davvero serena. Lascio le lacrime di liberazione libere di scorrere.
Il ragazzo alla reception, che alle due passate di notte si trova davanti una tipa che neanche aspettava, con lo sguardo perso e gli occhi lucidi, non sa che dire e mi chiede come può aiutarmi.
Gli do il telefono con la mappa aperta, gli dico che ho una stanza in quel riad, che dovrebbe essere lì vicino, ma che non mi fido del gps e non voglio più uscire in strada.
— Posso prenotare una camera qui?
— Non serve, è proprio qui dietro!
— Non voglio più andare in strada…
Si sfila dalla reception e mi fa cenno di seguirlo. Scende in strada, si chiude dietro la porta dell’hotel e si addentra nel vicolo.
Un set per film di Stanley Kubrick
Gli sto letteralmente appiccicata come un cucciolo di cane di tre mesi che vuole giocare con il polpaccio di chi lo ha appena adottato. Il riad è davvero a pochissimi passi, ma santa pace, un vicolo degno degli inizi delle peggiori storie horror.
Eccolo qui alla luce del giorno. Lascio alla tua fantasia inserirlo nel contesto notturno descritto. In assenza totale di luci. In quel momento l’idea di fare reportage non era stata partorita dai miei neuroni impegnati ad assicurarmi la sopravvivenza.
Leggo il nome del riad, ringrazio 93366483947 volte il receptionista che mi ha accompagnata, faccio il check in e mi fiondo in camera.
Mi connetto e scrivo ad amici e parenti in attesa di notizie che sono arrivata in hotel.
Non aggiungo altro. Dire che è andato tutto liscio sarebbe mentire.
Epilogo
Non ricordo di aver passato molti attimi così, forse solo durante qualche rientro a casa quando vivevo nelle periferie milanesi ed ero una studentessa squattrinata che non poteva permettersi i taxi. Ma in ogni caso avevo spray al peperoncino, chiavi posizionate tra le dita a mo’ di tirapugno e qualcuno a telefono con me (davvero o per finta).
Direi che quest’episodio va dritto nella pole position delle esperienze in cui mi sono presa il cuore dal petto per stringerlo forte tra le mani.
Penso che domani mattina finalmente arriverà Cuqui con la sua piccoletta, domani sera arriva un’altra nostra amica da Malaga, il giorno dopo mia sorella con il suo compagno da Milano, il giorno dopo ancora la nostra amica da Marsiglia che ci presenterà suo figlio.
A volte, i viaggi non iniziano con l’entusiasmo delle aspettative, ma con un battito accelerato, un passo incerto, e una serie di decisioni prese al buio – letteralmente.
Con un bicchiere d’acqua finalmente tra le mani e i polmoni riempiti dal senso di sicurezza che solo quattro mura e una porta chiusa a chiave potevano darmi, punto la sveglia sapendo che aprirò gli occhi con un’emozione completamente diversa da quella che ho addosso ora. Attendo le braccia di Morfeo mentre leggo di Cormoran Strike che inizia a indagare sul caso Lula Landry.
Ripasso nuovamente tutti i santi del calendario per ringraziarli e, prima di addormentarmi, mi chiedo: “Chi diamine me l’ha fatto fare?”. Penso ai volti di chi vedrò fra poco, sorrido e mi do la risposta.
Note del giorno dopo
Nota 1
Mi sembra di essere in un’altra città. C’è luce, allegria, movimento ovunque. Esco dalla stanza e incrocio persone di buon umore, chiedo istruzioni per andare a cambiare i soldi e comprare una sim. Il proprietario del riad mi fa un disegnino su un foglio per spiegarmi come arrivare al posto con il miglior tasso di cambio.
Gli racconto della disavventura del giorno prima, è dispiaciuto ma mi conferma che non c’è zona più sicura della Medina.
— Possono esserci borseggiatori, come in ogni città del mondo, ma nessuno si azzarderebbe a commettere crimini più pericolosi.
Beh. Buono a sapersi, lo tengo in conto per la prossima volta e per tutti coloro che ascolteranno o leggeranno questa storia.
In ogni caso, iniziare un viaggio senza documenti, soldi, telefono e vestiti non sarebbe stato gradevole.
Esco dal vicolo e cammino beata in mezzo alla strada. Tanto è tutto pedonale, no? È per questo che il taxi non mi ha portata di fronte all’hotel.
Mentre lascio che i miei sensi vengano sovraccaricati dagli stimoli visivi, auditivi ed emotivi di una città nuova, viva e radiante, con enorme sorpresa, sto per essere investita.
Nella famosa piazza da cui partiva il vicoletto degli orrori, transitavano macchine, trerruote, carrozze trascinate dai cavalli e, sorpresa sorpresa: taxi.
D’improvviso penso al famoso insegnamento di Gesù che tanto mi impegno a ricordare quando sento i pugni chiudersi.
Ama il tuo nemico come te stesso.
Ci penso un attimo, metto a fuoco il volto del tassista, e decido che lo applicherò domani.
Nota 2
Due giorni dopo il mio taxista di fiducia conosciuto per il viaggio alle cascate di Ouzoud, mi spiega che il transito nella Medina è consentito solo al mattino. Mi rimangio le imprecazioni contro il suo collega e gli mando delle scuse virtuali.
A quanto pare sono davvero l’unica sola responsabile di quei brutti 40 minuti.
Informazioni importanti per te, se vuoi visitare Marrakech
La nitidezza di queste emozioni andrà ad affievolirsi nel tempo, ma sappi che la storia che hai appena letto l’ho scritta nel riad in questione alle 3 di notte, mentre, nonostante l’ora, non ero affatto pronta ad addormentarmi.
L’esperienza a Marrakech è stata tra le più belle mai fatte, un viaggio di compleanno che porto nel cuore. Il brutto ricordo della città è fortunatamente circoscritto alla prima notte.
Anche se dal racconto non sembra, ti consiglio di cuore di visitare Marrakech. Ecco, solo ricorda che:
- se viaggi solo o sola e il tuo volo atterra tardi, evita di prenotare una stanza nella Medina;
- diffida dai GPS: stando al mio, comunque uno smartphone di tutto rispetto, per lui potevo tranquillamente arrivare in macchina al riad della prima sera, e più volte durante il viaggio indicava posizioni non corrette.
- ho conosciuto un tassista affidabile e puntuale che ci ha scarrozzati ovunque, venendoci a prendere dove e quando pattuito senza mai mancare un appuntamento. Dubito abbia pagine Instagram, siti e altro da linkare qui, ma sono felice di condividere il suo contatto se lui mi autorizzerà a farlo di volta in volta. Se mi conosci di persona, contattami al mio numero, altrimenti usa la mail del sito che trovi alla pagina contatti.
- Se ti stai chiedendo (come i miei amici hanno chiesto a me e come io stessa mi sono chiesta mentre rielaboravo l’avventura) perché non ho continuato a correre con i turisti biondi verso la loro struttura, la mia risposta tanto banale quanto umile è: PERCHÉ NON CI HO PENSATO. Evidentemente i neuroni non si erano riossigenati a sufficienza.
Se la nonna di Ted Mosby sapesse di questa storia, mi direbbe a pieno titolo: — Vedi? Lo dico sempre che dopo le due notte non succede nulla di buono.
E, per questa volta, dovrei darle ragione.