storie vere traslochi

La stanza col buco nel tetto

Molte storie d’amore iniziano con un colpo di fulmine, ma non questa.

Non parlo di un uomo, ma di Las Palmas.

Non è stato un amore a prima vista, ma un inizio con tanto di lacrime e imprecazioni.

Lascia che ti dia un po’ di contesto…

Cambio rotta: dalle Seychelles alle Canarie

Ho smesso da poco di lavorare come Language Specialist in un resort alle Seychelles e sono alla ricerca di una nuova isola da esplorare, possibilmente in cui mettere radici e che non sia a 14 ore di volo da famiglia e amici.

L’idea iniziale è passare un mese a Tenerife e uno a Gran Canaria, e di lì capire dove e se restare.

Non sto ancora lavorando, se non ai miei nuovi progetti a remunerazione zero, e nella previsione che le mie entrate tarderanno mesi e mesi a farsi strada verso il mio conto, mi sono data un budget minimalista che non prevede alloggi in hotel e case vacanza.

Il mese a Tenerife è già quasi arrivato al termine. A qualche giorno dal mio traghetto per Gran Canaria, mentre sono nel bel mezzo del corso Open Water per prendere il patentino per le immersioni, squilla il telefono.

Il primo segnale (ignorato) d’allarme

— Hola Filomena!

È il tizio a cui ho prenotato la stanza a Las Palmas.

— C’è stato un problema con dei tubi al piano di sopra, e in qualche modo il danno interessa la tua stanza, ma non preoccuparti, mi sono già attivato per la riparazione, tutt’al più potresti doverti adattare per i primi giorni o dormire sul divano.

Ho capito solo una volta in loco perché si era impegnato a prepararmi psicologicamente.

Siamo agli inizi della stagione natalizia, con i suoi relativi prezzi proibitivi per alloggi prenotati last minute, e di certo non mi sembra il caso di passare i miei ultimi giorni a Tenerife in simbiosi col PC a rovistare tra annunci di case a Las Palmas.

Decido senza remore. Andrà benissimo il divano.

Cosa sto lasciando a Tenerife?

Il sole. Le spiagge. I miei nuovi amici. Una stanza a due passi dal mare. 

Cosa mi accoglie a Las Palmas?

Le intemperie, il freddo. E una casa di merda.

Cambio rotta 2: da Tenerife a Gran Canaria

Dopo un anno e mezzo di Seychelles, in cui 6 giorni su 7 indossavo una divisa e il resto del tempo lo passavo in bikini, avevo una lista di indumenti e attrezzature da comprare per vivere in società, e mi sono fatta prendere la mano.

Carica come un mulo da soma, lascio il soleggiato sud dell’isola per raggiungere il porto di Santa Cruz con i mezzi pubblici, determinata a non sforare il budget che mi sono data per non volatilizzare i miei risparmi.

Mi imbarco. Passo la traversata a fare pressione col pollice destro su un punto vicino al pollice sinistro, che pare sia il bottone segreto da pigiare per placare il mal di mare. 

Metto piede sulla terra ferma della mia nuova isola e capisco che il traghetto non approdava al porto di Las Palmas, ma a quello di Agaete, a 35 km dalla mia destinazione finale. Scarrozzo i fardelli e prendo un pullman che mi avrebbe portata nella mia nuova e confortevole dimora e pregusto il momento in cui mi libererò dei colli per tornare a sentire addosso solo il peso del mio corpo. 

Scendo dall’autobus e lo scenario è più o meno questo.

tempesta

Piove.

Fa freddo.

E tutto ciò che ho per scaldarmi è una misera felpa in leggero cotone.

Nota a margine: la percezione delle temperature della sottoscritta potrebbe essere soggetta a lievi esagerazioni, ciò nonostante dichiaro senza timore di essere smentita che in assenza di sole e in presenza di intemperie come pioggia e vento, le Canarie smettono di essere i Caraibi.

Non sono preparata. Non mi sono preoccupata di controllare il meteo per scoprire se a queste latitudini africane esiste l’inverno.

Inizio già a rimpiangere il tepore de Las Américas e de Los Cristianos.

Strascico il trolley e noto, con un cenno di apprezzamento per il tempismo della scoperta, che i sampietrini non si usano solo in centro a Roma.

Mi aggrappo a Google Maps, il Caronte da cui dipende il successo della mia traversata verso la nuova casa, vero inferno di questo racconto.

Approdo del Reggisifone

Arrivo al mio nuovo civico come un viandante nel deserto che finalmente può accasciarsi ai piedi di un’oasi. Desidero una doccia calda, una buona cena e un letto comodo in cui tuffarmi e dimenticare che mi manca Tenerife.

Non trovo nulla di tutto ciò.

Il ragazzo con cui avevo parlato a telefono mi apre la porta. Prima che potessi salutarlo, mi schiaffeggia a mano aperta il tanfo di umido, allegando come supporto visivo macchie color tristezza vomitata, ben insediata nelle parti alte delle pareti.

Beh, la casa non mi piace, ma almeno sono al riparo.

Sento la stessa delusione che deve provare un ragazzo che invita a un appuntamento a mare una fanciulla che aveva visto solo in foto ritoccate, postate dopo 5 ore tra skin care, make up professionale e piega dal parrucchiere.

Mi mostra la mia stanza.

E io la mostro a te, nel suo splendore, con il video registrato per mia sorella in risposta alla sua domanda “Allora, com’è la nuova casina?“.

 

Nota positiva: c’è un letto.

Se ti sei perso il microdettaglio, c’è anche un buco di 3 metri per 3.

Decido che sto sognando, ma siccome nel mio sogno sono infreddolita, chiedo al ragazzo di mostrarmi il bagno, con l’intenzione di rifugiarmi immediatamente nel piacere dei rivoli di acqua bollente sulla nuca.

Lo seguo e lascio aperta la porta della stanza Emmental. Lui lo nota e, allarmato, si affretta a squillare:

— No no no! La porta della stanza tienila sempre chiusa a chiave.

In che senso? Sto solo andando a fare una doccia. Chi sono gli altri inquilini? Ladri? Persone pericolose?

Il livello di disagio sale, insieme alla consapevolezza di aver fatto una pessima scelta.

Mi dirigo in bagno, non noto nulla di preoccupante e tiro un atteso respiro di sollievo. Ripongo fiducia e aspettative nella doccia, a cui affido il compito di lavar via la sensazione di essere nell’intro di un film horror dal finale scontato, quando il tipo mi strappa via anche l’ultimo abbaglio di comfort.

— Ti accendo lo scaldabagno, devi aspettare almeno una mezzora per l’acqua calda.

Come mi arriva la frase

Non pensavo che nel 2020 esistessero ancora questi attrezzi, ma capisco che anche la doccia calda dovrà attendere. 

Stringo le labbra per evitare che diano il via libera a parole sbagliate, o a un pianto di esasperazione. Prendo aria dal naso a pieni polmoni, e respiro l’urgenza di aria fresca.

Torno in strada.

Piove ancora.

Sono sola. Affamata.

Lacrime e pioggia mi scorrono sul viso senza distinzione, mentre penso alle belle persone che ho conosciuto a Tenerife e mi chiedo chi me l’ha fatto fare di ricominciare ancora una volta da zero, in un posto in cui non conosco nessuno e che mi sta mostrando un livello di inospitalità che non ho mai vissuto prima.

Nonostante sia in una posizione ottima, centrale, a due passi dall’oceano, persino il meraviglioso lungomare de Las Canteras non mi sembra tutta sta gran cosa. Deserto, con il mare chiassoso, in tempesta, che mi sputa addosso con violenza gocce salate, mi sembra incorniciare e rispecchiare all’esterno la desolazione e lo sconforto del mio stato emotivo.

Entro in un pub a procacciarmi del cibo, e mentre aspetto la cena chiedo a un gruppo di 3 ragazzi seduti al tavolo affianco se hanno consigli su come trovare una stanza.

— Cerca a Telde, è meglio di Las Palmas, più economica e c’è più sole.

Fantastico. Secondo i locali ho pure scelto la zona sbagliata dell’isola.

Chiedo informazioni anche a un altro tavolo, al ragazzo al bancone e alla cameriera. Nessuno sa dirmi nulla e mi confermano che solo per un mese non sarà facile trovare una sistemazione.

Chiedo anche su un gruppo Facebook, ma ricevo solo tentativi di appioppo di stanze a 60-70€ a notte da proprietari che avevano fretta di recuperare il mancato guadagno dei mesi di pandemia.

Torno nella bettola decadente e, mentre cammino in corridoio, sento del chiacchiericcio in una lingua che non conosco.

Mi dirigo verso il soggiorno.

Gli inquilini di Casa Emmental

Nei diversi cambi di case e città collezionate nei ultimi 10 anni, ho costruito una certezza: sono le persone a fare la differenza nelle esperienze. Questo pensiero mi risolleva e mi dico che per questa giornata c’è ancora una speranza, che risiede unicamente nella qualità umana delle persone dall’altro lato della parete.

Entro in soggiorno e vedo due ragazzi in tunica: sono i mauritani di cui mi aveva parlato il ragazzo del tour. Stanno cenando.

Tiro fuori un sorriso, il migliore che mi viene considerato il tutto, mi presento in spagnolo e gli dico che sono la ragazza nuova.

Smettono di parlare, girano a molla la testa verso di me, in contemporanea, la rigirano per guardarsi, si fissano negli occhi per una frazione di secondo e riprendono a parlare in arabo tra loro. IGNORANDOMI.

Cosa diamine ho appena visto?
Davvero non mi hanno neanche detto il loro nome?

Ma davvero neanche un “ciao”?

Dormo o son desta?

Resto immobilizzata dallo stupore. L’unica parte del mio corpo non pietrificata sono le palpebre, che sbattono agitate per l’incredulità della scena che gli occhi hanno appena inviato al cervello. L’organo tra le mie orecchie si occupa velocemente di incasellare i due tipi nella lista di persone che non ho piacere ad avere attorno.

Ma come ho fatto a trovare questa stanza? E a sceglierla?

Cosa ho combinato in questa o in altre vite per accumulare questo karma?

Solo due volte nella vita ho affittato una casa senza visitarla prima di persona: a Tenerife (e mi è andata bene) e qui. Entrambe situazioni di “emergenza” che ho già raccontato in “Fuga dalle Seychelles e volo in extremis per le Canarie”.

Non ce ne sono state altre e, santa pace, non ce ne saranno.

Il casting degli alloggi

Fremente di lasciarmi alle spalle Casa Emmental e i suoi abitanti, passo ore e giorni a leggere annunci, chattare, telefonare e visitare case. 

Ho 3 candidati finali che accettano un’inquilina per un solo mese, con possibilità di estendere la permanenza:

1. Un ragazzo colombiano che mi fa solo due domande: la prima è di dove sono e la seconda se ho già un fidanzato.

Depenno dalla lista.

2. Una signora canaria che affitta una stanza in una casa molto grande sul lungomare. Quando le chiedo chi altri vive lì mi risponde:

  • io e il mio compagno in una stanza;
  • mia figlia e il suo ragazzo in un’altra;
  • due erasmus lì (indicando una porta);
  • e poi questa sarebbe la tua camera.

4 fornelli. 1 bagno. 7 inquilini umani e 2 inquilini felini.

Depenno dalla lista.

3. Un signore italiano tutto sprint, amichevole e sportivo, residente lì da anni. L’altra inquilina è una ragazza descritta come “apposto”. 3 stanze, 2 bagni. 5 minuti a piedi dalla spiaggia.

Habemus domus.

Sine bucum in tettus.

Amen.

Filomena Marsiglia

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Hi, English-speaking reader!

Before you dive into the chaotic thoughts my fingers type at random moments, I have to warn you.

This website was originally meant to be only in Italian—my native language.

The idea of writing these stories first came to me a few years ago when I moved to the Seychelles and wanted to share my adventures with my family and close friends in Italy.

When I finally started working on this project, I told my friends around the world about it. They were incredibly supportive and couldn’t wait to check it out.

There was just one small problem.

“Well… it will be in Italian.”

There was an easy and quick solution: Google Translate (ChatGPT wasn’t around yet).

As advanced as translation tools have become, I couldn’t stand the thought of my carefully chosen words being copied and pasted on a soulless machine—one that might flatten some nuances or specific references.

So, here it is: the English version of the website. Personally translated.

Now, I do have a degree in Interpreting and Translation Studies, but I usually translate into Italian and write in Italian.

Which brings me to this disclaimer:

If the sight of misspelled words, questionable verb choices, or bizarre expressions clearly influenced by Italian might cause you distress, I strongly advise you to turn back now.

But if you’re willing to take the risk—if your adventurous spirit can withstand a few linguistic oddities—who am I to stop you?

And all that’s left for me to do is welcome you and wish you a pleasant stay!